La stagione della caccia è solo una stagione

Come quella dell’amore tra gli uomini: si cerca e si trova, si conquista e si perde, si colpisce e si muore. Alle volte si rinasce e ci si ritrova.

dal romanzo InEquilibrio (CSA Editrice)

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Imitando Ade e Persefone, la vita e la morte si amano, giocano a scacchi, si inseguono, fanno la guerra, a volte sembra che si allontanino definitivamente l’una dall’altra… ma ad un occhio attento non sfugge la loro danza perenne.

 

Novembre è la personificazione di Ade, è il dolore che ricopre le nostre ferite e fertilizza la terra dell’anima, affinché a primavera sboccino i fiori.

È grazie ad una morte, alla fine di qualcosa, che il nuovo può manifestarsi, questo ci racconta Ambra, la protagonista del libro, mentre sta seduta nel suo giardino e, in equilibrio, ripensa alla sua storia.

È stata Diana a insegnarmi a meditare. Chiudo gli occhi e strade che avevo dimenticato si distendono nella mia coscienza; ci sono infinite vie dentro ogni essere umano. Andando indietro, mi sposto in avanti e scavo più a fondo per riemergere in superficie, voglio vedere il sole. Non riesco ancora a definire le cose nella mia mente, ma sento gli echi degli spari dei cacciatori, tanti come in un pomeriggio di domenica. kama-il-mito-dellamore-altra-immagineLa luce tenue sfoca un po’ i contorni delle cose e mi accorgo di essere nel giardino di casa. I fringuelli cinguettano al sicuro, nascosti tra le chiome dei lecci e potrebbe essere un giorno qualunque di un anno qualunque, intatto, come ogni attimo che ho trascorso qui.

Vivo in questa piccola villa di campagna da ventitré anni, ma ora sento che non mi appartiene più. Fuori è novembre, c’è strage di vita per i cieli, tra le fronde degli alberi e in un mondo che ai miei occhi rasenta la follia. Qui dentro, invece, il tempo non ha senso e vivo protetta nella storia che mi racconto da sempre. C’è strage di vita anche nel mio giardino, più silenziosa, sottile.

Quanto a fondo si può scavare prima di venire risucchiati da se stessi?

I miei piedi sono caldi e li sento affondare nella terra umidiccia, immagino il suolo addormentarsi e prepararsi all’inverno, vedo i profili degli alberi cambiare lentamente nel perdere le ultime foglie e i colori delle piante dell’orto virare verso un verde più intenso. Avverto il rumore di uno sparo vicino e non sono in grado di capire se arrivi da dentro o da fuori. È novembre che bussa alle porte del mio limbo e fa capolino tra la compostezza silenziosa dei movimenti della natura. Mi suggerisce di lasciar andare il mare di dolore in cui affogo da mesi e provare ad ampliare gli orizzonti del mio cuore. È la solitudine che inghiottisce, mentre l’anima anela alla vita, anche se dovrà venire fuori a novembre e attraversare la morte.

Un’altra fucilata e i miei sensi si destano dal torpore del sonno. È la fine di ciò che credevo d’essere, una morte di pensiero, non farà tanto male. Novembre si avvicina, mi accosto alla sua mano fredda ma sicura, e riconosco di aver recitato per anni ruoli che non mi appartenevano.

Ho utilizzato le ombre degli altri per difendere le mie insicurezze e ho ignorato la luce. Ho trascorso un’infinità di tempo sentendomi persa e abbandonata, aspettando di essere salvata da qualcuno.

Novembre sfiora con gli artigli le mie ferite mostrando che non sono profonde, non sono niente, davvero. Così guardo me stessa, oltre questo limbo d’illusioni.

Cercavo l’amore e ho trovato in me l’indifferenza, la paura e la rassegnazione. Bramavo la forza e ho scovato la mia codardia. Aspiravo a percorrere un sentiero spirituale e sono scappata dagli uomini e dalle cose semplici. Ho errato. Ho fallito. Sono stata persa e vinta.

Novembre è terrificante ma vero, m’invita ad aprire gli occhi e camminare, a superare gli alberi e la siepe del mio giardino dove il rumore del mondo giunge ovattato, a trovare la mia strada. Dice che ho serbato vecchi rancori e rimorsi per restare intatta, che ho inventato ogni festa e ogni dramma della mia fragile storia per non staccarmi dall’idea di me stessa: la figlia incompresa, l’alunna più brava, la ragazza ingenua, la fidanzata respinta e la donna spirituale.

Non sono niente di tutto questo.

I colori del giardino si fanno più vivi, quasi a voler infrangere le pareti invisibili di questo sogno. Il sole tramonta alle mie spalle, l’aria si fa più fresca e la forza della vita mi pervade come l’acqua di un geyser che esplode al centro del mio petto.

Il cielo diafano affoga nel glicine e nel violetto, gli spari continuano e io non ne ho più paura perché la stagione della caccia è solo una stagione, come quella dell’amore tra gli uomini. Si cerca e si trova. Si conquista e si perde. Si colpisce e si muore. Alle volte si rinasce e ci si ritrova.

Penso alle scene di caccia raffigurate nelle caverne degli uomini del paleolitico. I dipinti rupestri, impastati con terre rosse e gialle, grasso e sangue, erano creati prima di uscire per la battuta. Si trattava di magia propiziatoria. I cacciatori sentivano i muscoli contrarsi e rilassarsi nel tirare le lance, il frastuono degli zoccoli del bisonte, il suo fiato divenire pesante e minaccioso, l’atrocità delle ultime grida e il sangue dell’animale scorrere, caldo, verso la terra. Allora già vivevano la vittoria e la imprimevano sulla roccia, perché vedevano le vie possibili e non esitavano.

Nel mio sogno c’è il freddo, il silenzio nel cortile, la soavità della notte che viene e il mio cuore che pulsa. Sento biascicare alcune parole dalla brezza leggera. È ancora un giorno da finire, sembra dirmi.

È vero, sono dentro a un giorno qualunque del mio giardino, solo che ora vedo ciò che sono stata. È tutto qui adesso. E avverto qualcosa di diverso che mi è sempre sfuggito. Assomiglia a un colore, a un profumo, a una nota.

L’impressione di un attimo. Potrei morire e potrei rivivere, in un unico momento di caccia e d’amore.

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“Vorrei che terminassi di scrivere”.

“Senza di te non posso, ti amo”.

È un finale che non è ancora arrivato eppure già disintegra ogni automatismo, persino il meccanismo del tempo, l’ingranaggio più intimo della verità. Un attimo che distrugge i secoli, un unico punto che fa leva su una circonferenza e la dissolve, così sono sempre stati i suoi occhi di zaffiro. Tuttavia lui ora non c’è e devo scrivere la fine della storia da sola.

Novembre mi colpisce con lo sparo più forte e nitido di sempre, un’esplosione d’acqua e di emozioni tenute a freno per troppo tempo. Riapro gli occhi, il cuore corre rapido e attorno sento solo l’odore della morte.

La verità è che siamo tutti bisonti e cacciatori allo stesso tempo.

 

dal romanzo InEquilibrio di Vanna Ivone

(Proprietà letteraria riservata © 2016 by CSA Editrice)

 

 

 

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